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Bellezza e tristezza, tra letteratura e cinema

Se si vuole riassumere con una sola parola la sostanza dell’estetica giapponese si deve ricorrere al concetto di wabi-sabi; volendone semplificare il significato si può in qualche modo considerarlo come il corrispondente del panta rei.
Wabi-sabi è l’imperfezione, l’incompletezza, la transitorietà dell’esistenza stessa. E la sua essenza impressa nella quotidianità del Giappone la si può non solo intuire, ma cogliere attraverso i sensi anche in luoghi come le stazioni ferroviarie e metropolitane. Le reti di trasporto sono organizzate in maniera impeccabile, sinergica. Nel caso in cui si perda un treno, ecco che in brevissimo tempo si vede arrivare il successivo. Non si ha così la sensazione di aver perso del tempo, ma la certezza rassicurante che si possa accettare la realtà per come viene. Il compromesso tra una vita frenetica e il benessere personale.

Bellezza e tristezza è il titolo di un romanzo di Yasunari Kawabata del 1964 e dell’omonimo film di Masahiro Shinoda del 1965, ritratto fedele dell’opera dello scrittore.
Ciò che trapela sin dalle prime pagine è un forte senso di transitorietà; infatti il protagonista, Toshio Oki, fa la sua prima apparizione proprio sul rapido Tokyo-Kyoto. La trama si sviluppa così attraverso l’intreccio di complesse relazioni sentimentali, mediate per l’appunto dagli spostamenti in treno.
Kawabata affronta con maestria svariate tematiche quali le relazioni romantiche, l’alienazione dal presente e lo smarrimento nei confronti di un imminente futuro. Ricco di rievocazioni e contraddittorietà, il romanzo è strutturato alternando il profilo e la storia dei personaggi di capitolo in capitolo.
Vi sono poi Otoko Ueno, pittrice idealizzata nei ricordi di Oki, e Keiko Sakami; a quest’ultima è dedicata una particolare attenzione. Keiko è una giovane donna trasferitasi a Kyoto, nell’intenzione di divenire allieva di Otoko. Con il passare del tempo si instaura tra le due un rapporto di dipendenza, che sembra far emergere un sentimento di frustrazione da parte di Otoko nei confronti della sua allieva; frustrazione dovuta all’invidia di quella freschezza della gioventù che vent’anni prima le venne portata via da Oki.

«A volte Keiko dipinge quadri astratti con un’intensità straordinaria. Mi sembra quasi di intravedervi una follia e nello stesso tempo mi incanta profondamente. Ne sono quasi invidiosa».

Figure di giovani donne conturbanti come quella di Keiko, sono frequenti nella letteratura di Kawabata; come è sempre presente la contrapposizione tra la giovinezza e la vecchiaia. Entrambe le tematiche richiamano immediatamente altri titoli come Il paese delle neviLa casa delle belle addormentate.

Per quanto riguarda la trasposizione cinematografica, la fotografia dai colori pastello e la scelta dell’attrice che interpreta Keiko non potevano essere più appropriate: Mariko Kaga, allora ventiduenne, riesce ad esprimere chiaramente l’incertezza dei rapporti umani in un’età di transizione. La sua stessa figura di attrice è impregnata di questo concetto. Ne è un esempio calzante la sua parte nel film di Kazuo Kuroki Silence Has No Wings del 1966, classico della Nouvelle Vague giapponese, che pone la farfalla come animale simbolico analogo alla figura di una giovane donna. Ma anche la parte che interpreta in Pale Flower nel 1964, film dello stesso Masahiro Shinoda, regista che ancora una volta ha potuto cogliere e sviluppare interamente il suo potenziale in questo film dalle sfumature noir. L’attrice rimanda a un’autentica Anna Karina dai tratti orientali.

In conclusione, se in parte può essere interessante analizzare una cultura come quella giapponese dal punto di vista letterario, trovo che sia fondamentale approfondire questa conoscenza attraverso le immagini e i suoni di un film. Mi discosto dall’eterno dibattito tra i sostenitori del libro in quanto superiore al film e viceversa con questa citazione inedita: «Non avrei mai potuto apprezzare pienamente Io sono un gatto senza aver mai visto almeno un film di Ozu».

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